Il primo segnale fu una tazza di tè lasciata a metà

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Il primo segnale fu una tazza di tè lasciata a metà. Yuji la notò sul davanzale del corridoio, ormai fredda, il vapore sparito da ore. Megumi non spreca mai cibo. Mai. Cresciuto tra istituti e famiglie affidatarie, ogni boccone era quasi sacro. Lasciare una tazza piena era come tradire un principio.

Poi la palpebra che tremava durante l'allenamento. Un tic nervoso, sottile, costante. Come un’ala d’uccello ferita che non smetteva di vibrare. E i suoi shikigami più lenti, più spenti. I cani divini non scodinzolavano più quando entrava.

Yuji prendeva appunti mentali. Lo sapeva fare, notare cose senza dare nell’occhio. Un’abilità sviluppata da bambino, quando doveva capire se il nonno aveva avuto una buona giornata o una brutta settimana.

Il terzo giorno, Megumi non toccò la colazione.

«Non hai fame?» Yuji spinse il vassoio del miso più vicino.

«Ho mangiato prima.» Voce piatta, senza colore.

Yuji annuì e non disse niente, ma infilò quella bugia in un cassetto della memoria, insieme alle altre raccolte negli ultimi tempi. Le occhiaie non più ombre ma solchi veri. Il modo di muoversi, come se ogni passo costasse uno sforzo immane. La pelle pallida, quasi trasparente, e quelle maniche lunghe anche d’estate, anche col caldo che faceva sudare chiunque.

Era successo tutto dopo Shibuya.

Dopo che Yuji aveva visto Sukuna prendere il controllo del suo corpo e uccidere persone. Dopo che Megumi lo aveva riportato indietro – a costo di cosa, non era mai chiaro. Dopo che avevano perso Nanami, dopo che Gojo era stato sigillato… Dopo quel giorno, Megumi si era rinchiuso in una stanza senza porte, ed era ancora lì dentro.

Yuji capì di essere innamorato di lui una notte d’estate, alle tre del mattino. Seduto sul tetto del dormitorio, non riusciva a dormire, guardava la luna pensando a niente. Poi pensò a Megumi. Poi si chiese se Megumi stesse dormendo. Poi si alzò, scese le scale, attraversò il corridoio, si fermò davanti alla sua porta.

Non bussò. Rimase lì, immobile, ad ascoltare il silenzio.

Non era un silenzio riposante. Era il silenzio di qualcuno che trattiene il respiro.

Yuji tornò in camera, si sedette sul futon, e capì.

Amore. Dolore. Urgenza.

Aveva bisogno di aiutarlo, ma non sapeva come.


Nobara ascoltò in silenzio, seduta sul bordo del letto, una mano che giocherellava con l’orlo della gonna. Di solito parlava lei, riempiva gli spazi con battute e sarcasmo. Quel giorno no.

«Megumi sta male.»

«Megumi è sempre stato strano», rispose, ma senza mordente.

«Non è strano. È malato, Nobara. Non mangia, non dorme, si muove come se avesse cent’anni. E poi…» Yuji esitò. «Si copre le braccia. Sempre. Anche adesso che fa un caldo infernale.»

Nobara smise di giocare con la stoffa. Lo sguardo si fece attento, poi cupo. Aveva capito prima che finisse la frase.

«Ne sei sicuro?»

«No. Ma ho paura di sì.»

Lei rimase in silenzio un lungo momento. Poi, con la voce più seria che Yuji le avesse mai sentito: «Dobbiamo dirlo a Gojo-sensei.»

«Gojo-sensei non c’è.»

«Allora dobbiamo trovarlo. Aspetta, ti faccio vedere una cosa.»

Nobara si alzò, frugò in un cassetto, tirò fuori un cellulare vecchio modello, di quelli con i tasti. Lo aprì e mostrò un numero salvato con una sola emoji: 👻.

«Me lo diede dopo Shibuya. Disse di usarlo solo in caso di emergenza. Credo che questa lo sia.»

Composero il numero insieme. Squillò tre volte, poi una voce allegra e familiare:

«Nobara-chan! Che piacere! Hai vinto alla lotteria?»

«Gojo-sensei, non è per me. Yuji vuole parlarti.»

Passò il telefono. Yuji prese un respiro profondo.

«Sensei, è Megumi. Sta male. Credo… credo che stia molto male.»

La voce dall’altra parte perse ogni traccia di allegria.

«Racconta tutto. Dall’inizio.»

E Yuji lo fece. Raccontò dei pasti non finiti, delle occhiaie, dei silenzi, della lentezza, delle maniche lunghe. Mentre parlava, Gojo ascoltava senza interrompere.

Quando finì, ci fu una pausa. Poi Gojo parlò con una voce che Yuji non gli aveva mai sentito. Calma. Fredda. E profondamente, terribilmente triste.

«Quello che sai di Megumi non è neanche la metà della metà, Itadori. Lui… non ha mai avuto una vita facile. Sai della sua infanzia?»

«So solo che è cresciuto con il padre di Tsumiki, ma non era il suo vero padre. E che è stato preso dalla famiglia Zen’in dopo.»

«Sì, ma quello che nessuno ti dice è il prima.»

Gojo fece una pausa. Yuji sentì il vento in lontananza. Era fuori, da qualche parte, in missione. Eppure aveva fermato tutto per parlare di Megumi.

«Sua madre, se così si può chiamare, lo abbandonò quando aveva tre anni. Lo lasciò in un orfanotrofio con un biglietto attaccato al collo: “Mi dispiace. Non ce la faccio”. È stato lì per due anni prima che il padre di Tsumiki lo prendesse con sé. Due anni di letti scomodi, cibo scarso e nessuno che lo tenesse stretto la notte.»

Yuji sentì un nodo alla gola.

«Poi, quando finalmente aveva una famiglia, un tetto, una sorella… è stata la scuola. I bambini possono essere crudeli, Itadori. E lo erano. Lo prendevano in giro perché era strano, perché parlava poco, perché a volte era triste senza motivo. Lo chiamavano “il bambino fantasma”. Lo escludevano. Lo picchiavano, qualche volta. E lui non diceva niente. Mai.»

«Perché?»

«Perché pensava di meritarselo. Pensava che se sua madre lo aveva abbandonato, e se i bambini lo odiavano, doveva essere colpa sua. Era solo un bambino, e aveva già deciso che lui era il problema.»

Yuji chiuse gli occhi. L’immagine di un Megumi bambino, solo e spaventato, gli lacerava il petto.

«Poi, quando aveva dodici anni, successe la cosa peggiore. Ebbe un amico. Un ragazzo di nome…»

«Il nome non è importante», disse Gojo, e Yuji capì che stava per arrivare la parte peggiore. «Era il suo primo vero amico. Si chiamava Haruki. Stavano insieme sempre, ridevano, si confidavano. Megumi aveva ricominciato a sorridere.»

«Cosa è successo?»

«Haruki morì. Incidente stradale. Un camion, un incrocio, un attimo. Megumi lo vide. Lo vide morire. Aveva dodici anni, ed era lì, con il sangue del suo unico amico sulle mani, a chiedersi perché non fosse successo a lui.»

«Dio…» sussurrò Yuji.

«Da allora non si è più ripreso veramente. Ha imparato a convivere con il vuoto. A nasconderlo. A usare il sarcasmo come scudo e la distanza come arma. Ma dentro è rimasto quel bambino con il biglietto al collo, convinto di non meritare amore.»

La linea rimase in silenzio.

«Aiutalo, Itadori. Io non posso. Non sono bravo con queste cose. Ma tu sì. Tu hai un cuore grande abbastanza per tutti e due. Non lasciarlo solo.»

La chiamata finì. Yuji rimase con il telefono in mano, le lacrime che gli rigavano le guance senza che se ne accorgesse.

Nobara gli mise una mano sulla spalla. «Lo tireremo fuori. Insieme.»

Yuji annuì, ma dentro un pensiero continuava a ripetersi, martellante:

Non fare tardi. Non fare tardi. Non fare tardi.


L’allenamento del giorno dopo fu un disastro.

Yuji distratto, la mente piena delle parole di Gojo, l’immagine di Megumi bambino che piangeva da solo in un letto d’orfanotrofio. Non riusciva a concentrarsi. Quando si trovò di fronte a uno degli shikigami più grandi – un enorme uccello con piume nere come ossidiana – fece un passo falso.

Il pugno mancò il bersaglio. L’animale, confuso, si voltò di scatto e con un’ala colpì Megumi in pieno petto.

Non era un colpo forte. Non abbastanza per ferire un jujutsu sorcerer. Ma Megumi cadde all’indietro, atterrò male, e rimase a terra con gli occhi spalancati fissi nel nulla.

«Megumi! Scusa, scusa, non volevo, mi sono distratto, tutto ok?»

Yuji si inginocchiò, allungò una mano per aiutarlo ad alzarsi. Megumi si ritrasse. Come se il tatto lo bruciasse.

«Sto bene.»

Un sussurro rotto.

«No, non stai bene. Ti ho colpito, non è voluto, ma…»

«Non è per il colpo.»

Megumi si alzò da solo, lentamente, come se ogni vertebra dovesse decidere se collaborare. Si allontanò senza guardarlo.

«Megumi, aspetta. Possiamo parlare?»

«Non c’è niente di cui parlare. Sono solo stanco.»

«Sei stanco da settimane.»

«Itadori, lascia perdere.»

«Non posso. Non ti lascio perdere. Tu sei importante per me.»

Megumi si fermò. Le spalle, sotto la maglietta scura, tremavano leggermente. Quando parlò, la voce era così sottile che Yuji dovette fare un passo avanti per sentirla.

«Non lo sono. Non lo sono mai stato.»

E se ne andò, lasciando Yuji da solo nel campo d’allenamento, il vento che portava via l’eco delle parole.


Megumi scomparve per tre giorni.

Tre giorni di silenzio totale. Porta chiusa a chiave. Pasti intatti fuori. Niente risposte ai messaggi, niente ai colpi sulla porta.

Yuji bussò fino a farsi male alle nocche. Nobara provò a chiamarlo, a gridare insulti per farlo arrabbiare, a minacciare di buttare giù la porta. Niente.

Al quinto giorno, Yuji chiamò Gojo.

«Mi ha detto di aspettare, di dargli spazio. Ma ho paura, sensei. Molta paura.»

La risposta fu rapida.

«Hai ragione ad avere paura. Megumi non chiede spazio quando sta male. Si nasconde. Si nasconde finché il dolore non diventa gestibile o finché…»

«O finché?»

Gojo esitò.

«Lo sai cosa significa essere uno stregone, Itadori. Siamo circondati dalla morte. L’abbiamo vista, l’abbiamo toccata, alcuni di noi hanno cercato di abbracciarla.»

La paura che Yuji aveva tenuto a bada esplose, diventando un peso che gli schiacciava lo stomaco.

«Sta cercando di farsi del male?»

«Non lo so. Ma so che Megumi ha più cicatrici di quante ne mostri. Dentro. E se non lo tiriamo fuori ora, potremmo perderlo per sempre.»

Yuji chiuse la chiamata e corse.

Attraversò il corridoio come un proiettile, saltò le scale tre gradini alla volta, si fermò davanti alla porta di Megumi con il cuore che batteva forte da far male.

Nobara era già lì. In lacrime.

«Non apre, Yuji. Non apre da giorni. Ho sentito… dei rumori. Stamattina. Non so cosa fosse, ma non era normale. Non era…»

Yuji non aspettò oltre. Indietreggiò, si concentrò sulla sua energia maledetta, e sferrò un calcio alla porta. Il legno cedette al secondo colpo, volando in pezzi.

La stanza era buia. Tende tirate, luce del pomeriggio ridotta a un filo. In quell’ombra, Yuji vide una sagoma appesa al soffitto.

Tempo e respiro si fermarono.

Poi Yuji si mosse, e il mondo esplose in un urlo.

Tagliò la corda con un colpo di energia. Il corpo di Megumi cadde tra le sue braccia con un tonfo sordo. Leggero. Spaventosamente leggero. Pelle fredda, occhi chiusi, collo segnato da una striscia rossa e violacea che sembrava urlare.

«Megumi! Megumi, no! Svegliati!»

Le mani tremavano mentre cercava un polso. Lo trovò. Debole, incerto, ma lì.

«Nobara, chiama un medico! Subito!»

Nobara corse via, telefono all’orecchio, voce rotta dai singhiozzi.

Yuji rimase inginocchiato, Megumi stretto al petto. Così fragile tra le sue braccia, così piccolo. Sembrava un uccellino caduto dal nido. Di nuovo un bambino.

«Perdonami», sussurrò, le lacrime che cadevano senza freno. «Perdonami per non aver capito prima. Perdonami per non essere stato qui abbastanza presto. Perdonami, Megumi, perdonami…»

E poi, tra le sue braccia, Megumi tossì. Un suono piccolo, soffocato, ma vivo.

Aprì gli occhi.

Erano vuoti. Senza luce. Poi videro Yuji, e qualcosa si accese. Una piccola fiamma, tremante.

«Perché?» chiese, la voce un rantolo. «Perché mi hai salvato?»

«Perché ti amo.»

Le parole uscirono da sole. Yuji non sapeva se fossero giuste, se Megumi fosse pronto, ma non poteva più trattenerle.

«Ti amo, Megumi. Non so da quando, non so come sia successo, ma ti amo. E non ti lascerò andare. Mai più. Mi senti? Mai più.»

Il corpo di Megumi iniziò a tremare. Piccole scosse, poi grandi spasmi. E alla fine, un suono che Yuji non gli aveva mai sentito fare: un pianto. Disperato, infantile, rotto, come se dentro ci fosse un oceano di dolore che finalmente trovava una via d’uscita.

Yuji lo strinse più forte.

«Vai tranquillo, piangi. Io sono qui. Non ti lascerò mai più solo.»

Nobara tornò con un medico, ma quando vide la scena si fermò sulla soglia. Piangeva anche lei, ma sorrideva. Un sorriso strano, attraverso le lacrime.

Più tardi, quella sera, Gojo arrivò. Attraversò la stanza distrutta, guardò Megumi addormentato sul futon di Yuji (la sua stanza era stata dichiarata off-limits da Nobara con parole molto colorite), e mise una mano sulla spalla di Yuji.

«Hai fatto bene, Itadori.»

«Avrei dovuto fare prima.»

«Non puoi salvare qualcuno che non vuole essere salvato. Ma tu gli hai mostrato che vale la pena provare. È già più di quanto chiunque altro abbia mai fatto per lui.»

Gojo guardò Megumi dormire. Per un secondo, Yuji vide qualcosa di fragile passare sul suo volto. Poi scomparve, sostituito dal solito sorriso.

«Ora tocca a noi non lasciarlo cadere di nuovo.»


Le settimane successive furono difficili.

Megumi si svegliava la notte urlando. A volte non si svegliava, e Yuji doveva scuoterlo, chiamarlo, riportarlo indietro da incubi più reali della realtà. I pasti erano una battaglia. Ogni boccone una concessione, un atto di fiducia che dava a fatica.

Ma giorno dopo giorno, qualcosa cambiava.

Prima il contatto visivo. Megumi iniziò a guardare Yuji negli occhi quando parlava. Poi un sorriso. Piccolo, appena accennato, ma vero. Poi una mano che cercava la sua, di notte, quando l’oscurità diventava troppo pesante.

E poi, una sera, Yuji lo trovò seduto sul pavimento della sua stanza (ora erano nella stanza di Megumi, ripulita e ridipinta da Nobara con l’entusiasmo di chi voleva cancellare ogni brutto ricordo). Era avvolto in una coperta, il bordo tirato sopra la testa, sembrava un piccolo fantasma confuso.

Yuji si fermò sulla soglia e rise. Una risatina leggera, piena di tenerezza.

«Che fai?»

«Non lo so», rispose Megumi, voce ovattata. «È… confortevole. Come una tana.»

«Posso entrare nella tua tana?»

Pausa. Poi un angolo della coperta si sollevò.

Yuji si sedette accanto. Megumi allargò la coperta per coprirlo. Stettero così, sotto quella piccola tenda di tessuto, a guardare il nulla. Poi Megumi parlò.

«Ho pensato molto. In questi giorni.»

«A cosa?»

«A quello che hai detto. Che mi ami.»

Il cuore di Yuji accelerò. «E…?»

«Non capisco perché.»

«Non c’è un perché. È e basta. È come il colore del cielo o il sapore del miso. Non si spiega. È solo vero.»

«Non mi sono mai sentito… amabile. Da nessuno. Mia madre mi ha lasciato, mio padre adottivo mi ha passato come un pacco ai Zen’in, gli altri mi evitavano. E Haruki…»

La voce gli si incrinò. Yuji gli prese la mano.

«Haruki è morto, e io ho pensato che forse se lui se n’era andato, era perché non meritavo di avere amici. Non meritavo nulla. Nemmeno di vivere.»

«Non è vero.»

«Lo so. Ora lo so. Ma sentirlo e saperlo sono due cose diverse.»

Yuji si voltò a guardarlo. Sotto la coperta, luce soffusa, il viso di Megumi sembrava più giovane, più vulnerabile. Occhi lucidi, ma non piangeva.

«Posso insegnarti a sentirlo?» chiese Yuji. «Il sapere. Se mi dai tempo, posso insegnarti a sentirlo davvero.»

Megumi lo guardò a lungo. Poi, con un movimento che sembrò costargli tutto il coraggio del mondo, si avvicinò.

«Yuji… posso… posso baciarti?»

La domanda era così timida, così esitante, che Yuji sentì il cuore sciogliersi.

«Certo che puoi.»

Il primo bacio fu leggero. Due labbra che si toccavano appena, come per chiedere il permesso. Poi Megumi si spinse un po’ più in profondità, e Yuji rispose, una mano che gli saliva sulla nuca, le dita tra i capelli neri e arruffati.

Il bacio si fece più intenso. Più caldo. Yuji sentì Megumi emettere un piccolo suono, un sospiro soffocato, e capì che era la prima volta che qualcuno lo baciava così. Con amore. Con desiderio.

«Va bene?» chiese, staccandosi appena.

«Sì», mormorò Megumi, occhi ancora chiusi. «Non fermarti. Per favore.»

Yuji non si fermò.

Il bacio successivo fu più profondo, lingue che si incontravano, corpi che si cercavano. La coperta scivolò via, rivelando la stanza in penombra, ma a nessuno importava. Yuji fece scivolare la mano sotto la maglietta di Megumi, polpastrelli sulla pelle calda dell’addome, le costole che si sentivano sotto le dita. Era troppo magro. Ma avrebbe rimediato. Boccone dopo boccone.

Megumi sussultò al contatto, ma non si ritrasse. Le sue mani, incerte, trovarono la strada sotto la felpa di Yuji, toccando la schiena ampia, i muscoli sodi. Un’esplorazione timida, come se avesse paura di rompere qualcosa.

«Ti amo», ripeté Yuji, fronte contro fronte. «Non smetterò mai di dirlo finché non ci crederai.»

«Forse non ci crederò mai.»

«Allora lo dirò per sempre.»

Megumi rise. Una piccola risata, incredula e fragile, ma vera.

«Sei stupido.»

«Lo so. Ma sono il tuo stupido.»

Si baciarono ancora, e ancora, e quando alla fine si staccarono, la coperta era un groviglio intorno a loro e la notte era calata completa fuori dalla finestra.

Megumi appoggiò la testa sulla spalla di Yuji, e Yuji sentì il peso di quel gesto. Non quello fisico, ma quello emotivo. Il peso di una fiducia donata, pezzo dopo pezzo.

«Grazie», mormorò Megumi, quasi addormentato.

«Di cosa?»

«Di non esserti arreso.»

Yuji lo baciò sulla testa, tra i capelli.

«Mai. Per niente. Per sempre.»


Nobara li trovò addormentati sul pavimento la mattina dopo, avvolti nella stessa coperta, mani intrecciate. Scattò una foto col telefono prima di svegliarli con un urlo di gioia.

«Voi due! Finalmente!»

Megumi si svegliò di soprassalto, arrossendo fino alla radice dei capelli. Yuji rise, la luce del mattino che illuminava la stanza, e per la prima volta dopo mesi, l’aria sembrava più leggera.

Gojo, informato via messaggio, rispose con una serie di emoji piangenti talmente esagerata che Nobara dovette mettere giù il telefono per non ridere troppo forte.

Ma più tardi, quando nessuno guardava, Gojo si sedette da solo sul tetto del dormitorio, guardò il cielo, e sussurrò:

«Haruki, se puoi vedere… sta bene. Finalmente sta bene.»

E forse, da qualche parte, un ragazzo di dodici anni con un sorriso luminoso sorrise.

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