Il sorriso di Alastor
Quando Alastor scompare per tre giorni, Lucifero si ritrova costretto a cercarlo, scoprendo un dolore nascosto sotto il suo sorriso perfetto. Tra segreti e confessioni, i due si avvicinano in un modo che nessuno dei due si aspettava.
I corridoi dell’Hazbin Hotel sembravano un cimitero quella sera. Di solito era un casino — Angel Dust che strillava, Husk che bestemmiava, Niffty che correva in tondo come una scheggia impazzita. Ma da tre giorni mancava qualcosa. Come una nota stonata in una canzone, ma al contrario.
Charlie si stava masticando il labbro a guardare la porta della sala comune. “Non l’ho mai visto sparire così a lungo. Nemmeno quando gioca coi gatti.”
“Forse è crepato,” tagliò corto Husk, strofinando un bicchiere con tutta la noncuranza di chi se ne frega. “Sarebbe un miglioramento.”
“Husk!”
Angel scosse la testa, il suo solito sorriso un po’ spento. “Senti, principessa, di solito lo sentiamo. Quello stronzo lascia sempre tracce. Ridacchia. Fa entrate da teatro. Ma sono tre giorni che non si vede nemmeno l'ombra del suo sorriso di merda.”
Vaggie posò una mano sulla spalla di Charlie. “Forse ha solo bisogno di stare da solo.”
“No.” Charlie scosse la testa, decisa. “No, io vado. Qualcuno deve controllare.”
Silenzio. Nessuno si offrì volontario per bussare alla porta di Alastor. Ovviamente.
“Facciamo morra cinese,” propose Niffty, saltellando. “È l’unico modo giusto!”
E così, in quella scena quasi ridicola se non fosse stato per la tensione, l’albero schiacciò la pietra, e Lucifero si ritrovò con le mani aperte, maledicendo la sua sfortuna con una faccia tra l’irritato e l’imbarazzato.
“Ma che cazzo,” sbottò. “Perché io?”
“Perché hai perso!” Charlie gli sorrise, e quel sorriso era pieno di fiducia, di amore cieco, di una richiesta silenziosa. “Papà, per favore.”
Lucifero la guardò, e in quel sospiro si arrese. “Va bene. Ma se mi fa a pezzi, voglio che tu sappia che ti ho amata fino all’ultimo respiro.”
“Sarai magnifico.”
“Lo sono sempre.”
Ma mentre si incamminava verso le scale, la sua voce non era così sicura. Ogni passo echeggiava nel silenzio del corridoio al quinto piano, dove la porta di Alastor troneggiava come una sentinella. La vernice rossa era scrostata. Quasi sembrava che la stanza stessa stesse morendo.
Bussò. Una volta. Due. Niente.
“Alastor?” La sua voce uscì più dolce di quanto avesse voluto. “Apri, testa di cervo.”
Niente.
Provò la maniglia: chiusa.
Ma Lucifero era il Re dell’Inferno, e le serrature? Più un consiglio che una barriera. Con un movimento fluido, le chiavi magiche apparvero nelle sue dita. La porta si aprì con un cigolio che sembrava un lamento.
E l’odore lo colpì come un pugno. Alcol. Sudore. Sangue.
La stanza era un disastro. Bottiglie di whisky rotte, mozziconi ovunque, vestiti strappati. Le tende tirate, un solo raggio di luce fioca. Sembrava un santuario del dolore.
E lì, in un angolo, con le spalle al muro, c’era Alastor.
Lucifero si fermò. Il cuore gli si fermò. In un attimo, tutto l’odio finto, le battute pungenti, la rivalità — sparito. Rimase solo qualcosa di primordiale. Paura.
“Alastor?”
Il Radio Demon sollevò la testa lentamente, come se il peso del mondo fosse sulle sue corna. Il suo sorriso — quel sorriso perenne, fastidioso, caratteristico — era lì. Ma falso. Un teschio dipinto su una maschera morente.
“Lucifero,” disse, e la voce era gracchiante, come se non avesse parlato per giorni. “Che onore. Ero... impegnato.”
“Impegnato?” Lucifero fece un passo avanti, e il suo sguardo cadde sulla mano sinistra di Alastor. Stringeva una lametta. I polsi erano un macello di tagli, alcuni freschi, altri cicatrizzati. Il sangue colava sulla moquette.
“No.”
La parola gli scappò. E poi era in movimento, attraversando la stanza. Alastor tentò di ritrarsi, ma Lucifero fu più veloce. Afferrò il polso, lo bloccò contro il muro, e con l’altra mano strappò la lametta.
“Lasciami,” sibilò Alastor, e per un attimo il sorriso si allargò in qualcosa di minaccioso. “Non sono affari tuoi.”
“Non affari miei?” Lucifero aveva la rabbia che gli ribolliva nelle vene. “Sei nella mia casa. Sei il mio... sei uno dei miei ospiti. E stai facendo questo a te stesso, quindi sì, cazzo, sono affari miei.”
Alastor rise. Una risata vuota, meccanica. “Sempre il protettivo, Re Lucifero. Ma non c’è niente da proteggere. Solo... manutenzione.”
“Manutenzione?” Lucifero lo strattonò, forzandolo a guardarlo. “Questa è manutenzione? Sembri uno spettacolo horror ambulante!”
E poi lo vide. Sotto il colletto strappato della camicia, le cicatrici. Non solo tagli recenti. Vecchie. Segni di morsi. Lividi. Lucifero conosceva quei segni. Li aveva visti su anime dannate, su vittime di abusi. Lo stomaco gli si contorse.
“Chi è stato?” La voce era gelida ora. “Chi ti ha fatto questo?”
Alastor cercò di distogliere lo sguardo, ma Lucifero non glielo permise. Lo tenne fermo, gli artigli conficcati nella stoffa.
“Non sono affari tuoi.”
“Sì. Lo sono.” Lucifero abbassò la voce, e quella rabbia si trasformò in qualcosa di fragile. “Ti prego, Alastor.”
E quel “ti prego” ruppe qualcosa. Lo vide negli occhi rossi di Alastor — una crepa nella maschera, un lampo di umanità che non aveva mai mostrato.
“Vox,” sussurrò, e il nome uscì come un veleno. “Lui... ha trovato un modo. Un modo per farmi stare zitto. Per farmi... obbedire.”
Lucifero sentì il sangue gelarsi. “Cosa ti ha fatto?”
Alastor chiuse gli occhi, e quando li riaprì, erano pieni di lacrime che non aveva mai permesso a nessuno di vedere. Il sorriso si sbriciolò.
“Tutto,” mormorò. “Mi ha usato. Mi ha rotto. Ha preso ogni parte di me che pensavo di controllare e... l’ha distrutta. Per giorni. Notti. Mi ha tenuto prigioniero nella sua rete, nei suoi cavi, nella sua luce maledetta. E quando ha finito, mi ha lasciato lì, come un giocattolo rotto, ridendo.”
Le parole uscivano a singhiozzo, frammenti di un incubo che Lucifero non poteva immaginare. Alastor, il sadico, l’incontrollabile, il re della paura — ridotto a questo.
“E pensavo,” continuò Alastor, la voce che si incrinava, “pensavo che se avessi potuto controllare il dolore fisico, avrei potuto dimenticare. Ma ogni taglio mi ricordava solo che ero ancora vivo. Che lui mi aveva lasciato vivo. Per soffrire.”
Lucifero lo ascoltò in silenzio. Non disse nulla. Aveva un nodo in gola così grosso che le parole non passavano.
Invece, fece qualcosa che nessuno, nemmeno lui, si sarebbe aspettato.
Abbassò la guardia. Aprì le braccia. E lo abbracciò.
Alastor si irrigidì. Il suo corpo era teso, pronto a fuggire, a colpire, a difendersi. Ma Lucifero non mollò. Lo strinse più forte, sentendo il tremito che percorreva le ossa del Radio Demon.
“Va bene,” sussurrò. “Va bene. Sono qui. Non devi più soffrire da solo.”
E qualcosa dentro Alastor crollò.
Il pianto che seguì non era elegante. Non era controllato. Era il pianto disperato di un animale ferito, scosso da singhiozzi che sembravano squarciargli il petto. Le unghie di Alastor si conficcarono nella schiena di Lucifero, e lui non protestò. Lo tenne stretto, cullandolo come se fosse la cosa più preziosa dell’Inferno.
“Non volevo,” singhiozzò Alastor, e la sua voce era rotta. “Non volevo che nessuno vedesse. Non volevo essere debole.”
“Non sei debole,” mormorò Lucifero, e le sue dita accarezzarono i capelli di Alastor. “Sei sopravvissuto. È la cosa più forte che si possa fare.”
Rimasero così per minuti che potevano essere ore. Lucifero perse la cognizione del tempo. Sentiva solo il battito del cuore di Alastor, accelerato, poi rallentato, mentre le lacrime si asciugavano lentamente.
Alla fine, Alastor sollevò la testa. I suoi occhi erano rossi, gonfi. Il sorriso era sparito, sostituito da un’espressione nuda, spaventata. E bellissima.
“Non merito la tua gentilezza,” disse.
“Non spetta a te deciderlo,” rispose Lucifero, con un sorriso che non era ironico. “E ho preso una decisione.”
Sollevò la mano, e una luce dorata si accese sulle sue dita. Alastor tentò di ritrarsi, ma Lucifero lo tenne fermo.
“Fidati di me.”
E toccò i polsi di Alastor.
La luce si diffuse come un’onda calda, sigillando i tagli, cancellando le cicatrici. La pelle si ricompose, liscia come nuova. Alastor guardò, sbalordito, mentre il dolore fisico svaniva.
“Non posso cancellare il resto,” disse Lucifero, la voce piena di una tenerezza che non sapeva di possedere. “Ma posso guarire questo. E posso prometterti che non accadrà mai più. Se lui ti tocca ancora, lo farò a pezzi. E non avrò rimorsi.”
Alastor lo guardò, e per la prima volta, i suoi occhi non erano pieni di cinismo o di paura. Erano pieni di qualcosa che sembrava speranza.
“Perché?” chiese, in un sussurro. “Perché lo fai? Mi odi.”
“Ti odio,” confermò Lucifero, e sorrise. “Ma ti amo anche. Ed è molto più complicato.”
Il silenzio tra di loro era carico di parole non dette. Alastor aprì la bocca per rispondere, ma Lucifero lo fermò posandogli un dito sulle labbra.
“Non dire niente. Non ancora. Solo... lascia che questo accada.”
E si chinò verso di lui.
Il bacio fu leggero, quasi impercettibile. Non sulle labbra, ma sulla fronte. Un sigillo di promessa. Di protezione. Di amore.
Alastor chiuse gli occhi, e per un momento, il mondo sembrò fermarsi.
Quando si staccarono, Lucifero lo guardò con occhi che non mentivano. “Non hai più bisogno di soffrire in silenzio. Non con me. Mai più.”
Alastor annuì, e un sorriso — un sorriso vero, fragile ma autentico — increspò le sue labbra per la prima volta in quelle che sembravano secoli.
“Grazie,” mormorò.
Lucifero scrollò le spalle, ma i suoi occhi erano umidi. “È il mio lavoro. Sono il Re dell’Inferno. Ricucire cuori rotti fa parte del contratto.”
“Mentitore,” disse Alastor, e c’era calore nella sua voce.
“Sì,” rise Lucifero, e lo strinse di nuovo. “Ma mi stai simpatica, radio testa, quindi ti lascio passare.”
Rimasero abbracciati fino a notte fonda. Fuori, nell’Hotel, Charlie sorrise sentendo le risate sommesse provenire dalla stanza, e sussurrò a Vaggie: “Forse papà non è così male come pensavo.”
Dentro, Alastor si addormentò tra le braccia di Lucifero, e sognò per la prima volta qualcosa che non fosse dolore.
E Lucifero, stringendolo contro di sé, mormorò nel buio della stanza:
“Ti amo.”
Un segreto tra lui e la notte.
Ma Alastor, in quel sonno profondo, sorrise nel sentire quelle parole.
E non si svegliò mai sentendosi più al sicuro.
Dettagli della storia
Altre storie da Hazbin Hotel
Vedi tutto →Crea la tua Hazbin Hotel Storia
La nostra IA può generare storie di fan fiction uniche in pochi secondi. Provalo gratis — nessuna registrazione richiesta.
✨ Scrivi una Hazbin Hotel Storia