L'alba non è lontana

Edgar è l'emo invisibile della scuola, nascosto dietro un cappuccio nero e tagli che nessuno vede. Ma quando Fang decide di infrangere quel muro di silenzio, scopre una verità dolorosa che li legherà in un viaggio fatto di musica, prime volte e un bacio inaspettato.

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Il campanello della prima ora era suonato da dieci minuti, ma Edgar non si era ancora mosso. Se ne stava appoggiato al muro esterno della palestra, le braccia incrociate, il cappuccio della felpa nera calato sugli occhi. La schiuma bianca degli auricolari gli isolava dal mondo, sostituito da un rock cupo e distorto che gli martellava nei timpani.

Ogni tanto qualcuno passava e gli lanciava un'occhiata. Niente di nuovo. Lui era quello strano, l'emo, il tipo che nessuno capiva. E va bene così. Almeno nessuno si avvicinava abbastanza da notare i polsi, sempre nascosti sotto strati di tessuto anche quando fuori faceva trenta gradi.

Mezzogiorno. Refettorio. Sempre lo stesso tavolo in fondo, quel panino mangiucchiato distrattamente mentre guardava il vuoto. La gente parlava intorno a lui, rideva, si urlava da un capo all'altro della sala, ma per Edgar era come osservare un film in una lingua che non capiva. Tutto ovattato. Lontano.

«Ehi, Edgar!»

Una voce squillante. Lui sollevò lo sguardo giusto in tempo per vedere un vassoio atterrare con un tonfo di fronte al suo. Fang si sedette di scatto, con un sorriso così ampio da illuminare l'intero tavolo. Aveva sempre quel sorriso. Edgar non capiva come facesse.

«Non mangi?» chiese Fang, indicando il panino ancora intero.

«Non ho fame.»

«Hai detto così anche ieri. E l'altro ieri. E la settimana scorsa.» Fang lo guardò con quei suoi occhi scuri e sinceri, inclinando la testa come un cane che cerca di capire il padrone. «Stai bene?»

«Sto bene.»

«Sei sicuro? Perché non sembri—»

«Sono sicuro, Fang. Lascia perdere.»

Fang rimase in silenzio qualche secondo, poi fece un sorriso diverso, più piccolo, come se avesse accettato una sconfitta momentanea. «Okay. Ma dopo scuola c'è una cosa. Un gruppo di amici si trova a casa di Colette. Verrai, vero?»

La domanda era posta in modo tale che sembrava più un'offerta che una richiesta. L'ennesima. Edgar scosse la testa. «Non mi va.»

«Vedrai, sarà divertente! Ci sono anche Poco e—»

«Non mi va, Fang.» La voce piatta, spenta. Edgar raccolse lo zaino e si alzò. «Devo andare. Devo… parlare con un prof.»

Non aspettò la risposta. Si infilò il cappuccio e uscì dal refettorio, passando tra i tavoli con la schiena curva e lo sguardo fisso sulle piastrelle del pavimento. Non doveva parlare con nessun professore. Ma doveva scappare da quella sensazione di essere osservato, analizzato, come se fosse un problema da risolvere.

Fang lo guardò allontanarsi, il sorriso che lentamente si affievoliva fino a sparire. Lo faceva sempre. Scappava sempre.

Quel pomeriggio, Fang lo raggiunse comunque per strada. Camminava al suo fianco, chiacchierando di tutto e di niente, come se non avesse sentito il rifiuto di mezz'ora prima. Parlava di musica, di un nuovo videogioco, della prof di matematica che aveva sbagliato un esercizio alla lavagna.

Edgar annuiva. A volte emetteva un suono vago per far capire che stava ascoltando. Ma dentro di sé c'era solo il rumore bianco, quella nebbia che da mesi gli offuscava tutto. La testa piena di voci che dicevano cose orribili, così orribili che non le avrebbe mai ripetute a nessuno.

«…e poi Emz ha detto che verrà anche lei alla festa di Colette. Che palle, eh? Quella è capace di rovinare qualsiasi—»

Edgar si bloccò. «Emz?»

«Sì, dai, è una ragazza simpatica se la conosci—»

«Io non la conosco. E non voglio conoscerla. E non vengo a nessuna festa.»

Questa volta la voce era più tagliente. Fang sbatté le palpebre. «Ehi, dai, non volevo—»

«Lo so cosa volevi. Volevi che mi integrassi, che mi facessi degli amici, che uscissi dal mio guscio. Lo fai sempre.» Edgar si strinse nelle spalle, le mani in tasca, i pugni serrati. «Ma non funziona. Non funzionerà mai. Quindi smettila, okay?»

Fang aprì bocca per dire qualcosa, ma Edgar era già ripartito, con passi più rapidi, quasi di corsa. La schiena curva sotto il peso di qualcosa che nessuno vedeva.

Fang rimase lì, in mezzo al marciapiede, e per la prima volta in molto tempo non seppe cosa dire. Perché le parole per lui erano sempre state facili. Ma quella volta sembravano del tutto inutili.


La festa di sabato sera era esattamente come Edgar se l'era immaginata. Gente ovunque. Musica a volume tale da far vibrare i vetri. Luci colorate che lampeggiavano nel soggiorno di Colette, trasformando la casa in un vortice di follia giovanile.

E lui era lì, schiacciato contro il muro vicino alla porta d'ingresso, con un bicchiere di plastica in mano che non aveva mai bevuto. Promesso a Fang che sarebbe venuto. Mantenuto la promessa. Ma questo non significava che dovesse divertirsi.

«Edgar!» Fang lo raggiunse con un sorriso raggiante, una goccia di sudore sulla fronte per aver ballato troppo. «Sono contento che tu sia qui! Dai, vieni a conoscere—»

«Sto bene qui.»

«Ma—»

«Fang, sto bene. Divertiti. Non preoccuparti per me.»

Fang esitò. Edgar lo vide esitare, e per un secondo vide la preoccupazione increspargli la fronte. Ma poi qualcuno gridò il suo nome dall'altra parte del soggiorno, e lui si voltò, distratto.

«Torno subito, okay? Non andare via.»

«Certo.»

Non era un "certo" sincero. Edgar sapeva che sarebbe rimasto lì, ad aspettare che la festa finisse, e poi sarebbe filato via senza salutare nessuno. Era sempre così. Entrava, stava, spariva.

Ma quella sera qualcosa andò storto.

La voce arrivò prima della persona. Acuta, pungente, inconfondibile.

«Oh, guarda chi si vede. L'emo di turno.»

Edgar sollevò lo sguardo. Emz era lì, con gli occhi cerchiati di nero e un sorriso che non prometteva nulla di buono. Aveva il cellulare in mano, e lo stava già inquadrando.

«Toglilo», disse Edgar, con voce piatta.

«Perché? Hai paura che qualcuno veda la tua faccia triste?» Emz rise. «Dai, facci un sorriso. Non per niente sono tutti convinti che tu sia depresso.»

«Non sono depresso.»

«No, certo. Sei solo un emo che si veste di nero e passa il tempo a fare il misterioso.» Fece un passo avanti, e l'inquadratura si fece più stretta. «O forse è peggio? Forse sei solo un povero sfigato che non ha amici e cerca attenzione con i pantaloni larghi e la frangetta sugli occhi.»

Edgar strinse la presa sul bicchiere. La plastica si piegò sotto la pressione delle dita.

«Vattene, Emz.»

«O cosa?» Lei rise ancora, più forte. «Cosa mi fai, frocio?»

La parola colpì come uno schiaffo. Edgar sentì il sangue congelarsi nelle vene. Ma non disse niente. Abbassò lo sguardo, fissò il pavimento, e aspettò che il peso dell'umiliazione diventasse sopportabile.

Emz rise di nuovo, lo riprese per qualche secondo in più, poi si voltò e si allontanò. «Tra un po' lo metto online. Vediamo quanti like prende.»

Edgar rimase immobile. Il cuore batteva forte. Le orecchie ronzavano. La stanza intorno a lui sembrava restringersi, le voci diventare un unico boato indistinto.

Doveva uscire. Subito.

Lasciò cadere il bicchiere, che si rovesciò sul tappeto senza che lui se ne accorgesse, e si diresse verso la porta d'ingresso con la testa bassa. Qualcuno lo chiamò. Forse Fang. Non si voltò. Uscì nella notte fredda, e l'aria gelida gli colpì il viso come un pugno.

Respirò a fondo. Una volta. Due. Tre.

Le mani tremavano. Le mise in tasca, sentendo il freddo delle chiavi contro le dita. Poi iniziò a camminare, senza sapere dove, fino a quando la città divenne un'unica macchia scura intorno a lui.


Il video arrivò quella notte stessa.

Emz lo aveva montato con una canzoncina ironica di sottofondo e aveva aggiunto didascalie: «Il re degli emo alla festa di Colette! #tristezza #attenzione #nonnormale». In meno di un'ora aveva accumulato centinaia di visualizzazioni.

Fang lo vide la mattina dopo, mentre scorreva il telefono a letto. All'inizio rise. Poi si fermò. Riavvolse. Guardò di nuovo.

Il viso di Edgar era a fuoco. Sembrava spaventato. Umiliato. Piccolo.

E poi c'erano le parole di Emz. "Frocio". "Sfigato". "Attenzione".

Fang si mise a sedere di scatto. La risata gli si era spenta in gola, sostituita da un nodo che non riusciva a sciogliere. Guardò i commenti. Alcuni ridevano. Altri erano peggio. Qualcuno scriveva "che schifo". Qualcun altro "fai schifo, emo di merda".

Chiuse l'app. Aprì la chat con Edgar. Scrisse. Cancellò. Scrisse di nuovo. Cancellò ancora.

Alla fine mandò un semplice: «Ehi, hai visto quella cosa? Tutto bene?»

La risposta non arrivò.

Dopo un'ora, Fang era già fuori di casa, diretto verso la scuola. Ma Edgar non c'era. E non si presentò neppure il giorno dopo, né quello dopo ancora.


Colette lo chiamò il terzo giorno.

«Fang? Devi venire a casa mia. Subito.»

La voce era tesa, diversa dal solito. Fang non si fece ripetere l'invito. Arrivò in dieci minuti, col fiatone, e la trovò in cucina con il cellulare in mano e gli occhi rossi di pianto.

«Ho visto i video», disse Colette, senza preamboli. «Quelli di Emz. E poi ho guardato le storie, i post, tutto. Lo prendono in giro da giorni. Giorni, Fang. E nessuno ha detto niente.»

«Lo so. Ho provato a scrivergli, ma—»

«Non mi riferisco a quello.» Colette batté un dito sullo schermo del telefono. «Ho parlato con lui ieri sera. Era strano. Non mangia, non dorme. Mi ha detto che a scuola non lo guardano più, che evitano il suo banco, che qualcuno gli ha lasciato un bigliettino con scritto…»

La voce le si incrinò.

«Con scritto cosa?»

«Con scritto "fatti un favore e sparisci".»

Fang sentì il mondo fermarsi. La stanza diventò fredda. «Cosa?»

«Fang, ho visto le sue braccia.»

«Cosa?»

«L'altro giorno gli è caduta la manica mentre prendeva un libro. Ho visto i segni. I tagli.» Le lacrime le rigavano il viso. «Lui cerca di nasconderli, ma io li ho visti. E volevo dirtelo prima, ma pensavo—non so cosa pensavo. Ma ora—»

«Dove abita?»

Colette lo guardò, gli occhi pieni di paura. «Fang, cosa vuoi fare?»

«Dove abita?»

«Al 42 di Mulberry Street. Secondo piano. Ma—»

Fang era già alla porta.


Corse. Corse come non aveva mai corso in vita sua. Le gambe che bruciavano, i polmoni che urlavano, ma non si fermò. Attraversò la città a perdifiato, schivando persone, saltando pozzanghere, ignorando i clacson delle auto che lo superavano.

Quando arrivò al numero 42 di Mulberry Street, il fiato gli mancava. Si piegò in avanti, con le mani sulle ginocchia, e cercò di riprendere fiato per qualche secondo. Poi entrò nell'androne, salì le scale due gradini alla volta, e bussò alla porta del secondo piano con tale violenza da farsi male alle nocche.

Niente.

Bussò ancora. «Edgar! Edgar, aprimi!»

Silenzio.

Il cuore gli batteva così forte da sentirlo nelle tempie. Provò a girare la maniglia. Era chiusa. Impulsivamente diede un calcio alla porta, ma non si aprì.

«Edgar! Ti prego!»

Niente.

Fang si morse il labbro, deglutì, e poi fece qualcosa che non aveva mai fatto prima. Si fece il coraggio di chiedere aiuto. Bussò alla porta accanto, e una vecchia signora aprì, spaventata. «Il ragazzo del 42? L'ho visto uscire un'ora fa. Sembrava… non so come dire. Sembrava perso. Andava verso il ponte.»

Il ponte.

Fang sentì il sangue gelarsi.

Il ponte.

Era il luogo in cui andava quando non ce la faceva più. Ne avevano parlato una volta, mesi prima, in uno di quei discorsi notturni in cui Edgar si lasciava andare più del solito. Aveva detto: «Se un giorno sparisco, cercami al ponte».

Aveva scherzato. Fang ci aveva creduto.

Adesso capiva che non aveva mai scherzato.

Fang riprese a correre.


Il ponte di Brawl City era una struttura vecchia, di ferro battuto e cemento, che scavalca il fiume cittadino. Di notte era buio, illuminato solo da qualche lampione arrugginito e dal riverbero delle stelle. L'acqua sotto era scura e fredda.

Fang lo vide da lontano.

Una sagoma nera, piccola, immobile oltre la ringhiera. In piedi sul bordo del ponte, con le mani aggrappate al ferro arrugginito e lo sguardo fisso nel vuoto. Il vento gli scompigliava i capelli, sollevava la felpa nera come una bandiera di lutto.

«Edgar!»

Il grido lacerò il silenzio della notte. La sagoma si voltò appena, ma non abbastanza.

«Edgar, fermo! Non fare niente!»

Fang correva più veloce che poteva, i passi che rimbombavano sul cemento. Quando fu abbastanza vicino, vide le braccia di Edgar penzolare oltre la ringhiera. Vide il sangue.

Rosso. Tanto. Che colava dai polsi e gocciolava nel vuoto.

«Oh, Dio… Edgar—»

«Non venire più vicino!» La voce di Edgar era rotta. Ruvida. Sembrava quella di uno che ha pianto per ore, o forse per giorni. «Non ti avvicinare, Fang!»

«Va bene, va bene. Non mi avvicino. Ma tu… tu ti siedi, okay? Ti siedi e parli con me. Solo per un minuto.»

Edgar scosse la testa. Il suo corpo tremava, non si capiva se per il freddo o per qualcos'altro. «Non serve a niente. Niente serve a niente.»

«Sì, invece.» Fang fece un passo avanti, lentissimo. «Tu mi servi. Tu—»

«Non dire cazzate!» Edgar gridò, e la sua voce si spezzò in singhiozzi. «Tu non mi conosci. Nessuno mi conosce. Io sono solo… sono solo il pazzo emo. Il frocio. Quello che fa schifo. Le tue parole, le loro parole… non fa differenza.»

«Non sono le mie parole!» Fang era a tre passi di distanza, le braccia aperte come per placare un animale spaventato. «Io non ti ho mai detto quelle cose. Mai. E mai te le dirò. Perché tu sei il mio amico, Edgar. Il mio migliore amico.»

Edgar rise. Una risata amara, spezzata. «Non hai nessun miglior amico.»

«Sì che ce l'ho. Sei tu.»

Silenzio. Il vento soffiò forte, facendo vibrare il ferro del ponte. Edgar guardò l'acqua sotto di sé. Era così scura. Così quieta. Per un istante chiuse gli occhi, e si sentì leggero, come se potesse finalmente lasciarsi andare.

Poi sentì le mani di Fang aggrapparsi alla sua felpa.

«No!»

La voce era disperata. Fang lo tirò indietro con tutte le sue forze, facendolo cadere all'indietro oltre la ringhiera. I due rotolarono sul cemento, un groviglio di braccia e gambe e respiri affannati.

«NO! LASCIAMI!» Edgar si divincolava, scalciava, cercava di liberarsi. «LASCIAMI ANDARE! NON VOGLIO—»

«Non ti lascio! Non ti lascio mai!» Fang lo teneva stretto, abbracciato, ignorando i pugni che cadevano sulla sua schiena. «Non ti lascio! Non ti lascio!»

Edgar continuò a lottare per qualche secondo, poi le forze lo abbandonarono. Scoppiò in singhiozzi. Singhiozzi violenti, che gli squassavano tutto il corpo, mentre sprofondava nell'abbraccio di Fang con la faccia nascosta contro la sua spalla.

«Faccio schifo», singhiozzava. «Faccio schifo. Tutti lo dicono. Hanno ragione.»

«No. Non hanno ragione. Non hanno mai avuto ragione.»

«Io non voglio… non voglio più stare qui…»

«Lo so. Lo so. Ma ora ci sono io. E non ti lascio solo. Mai più.»

Fang lo strinse più forte. Sotto le sue mani sentì il tessuto della felpa, umido di sangue. Chiuse gli occhi. Deglutì. E poi, con infinita delicatezza, lo sollevò da terra.

«Vieni. Ti porto a casa mia. D'accordo?»

Edgar non rispose. Piangeva ancora. Ma non oppose resistenza.


La casa di Fang era piccola, ma calda.

Lo fece sedere sul divano del soggiorno, e senza dire una parola andò a prendere il kit di primo soccorso. Tornò con bende, garze, disinfettante, e un asciugamano pulito.

«Posso?» chiese, indicando le braccia di Edgar.

Edgar annuì. Non aveva più la forza di parlare.

Fang gli prese il polso con delicatezza. Le ferite erano fresche, profonde, alcune ancora aperte. Il sangue si era asciugato in chiazze scure sulla pelle, mescolato a cicatrici più vecchie che formavano una mappa di dolore invisibile a tutti tranne che a chi era disposto a guardare.

Fang guardò. E non distolse lo sguardo.

Pulì le ferite con cura, con movimenti lenti, quasi cerimoniosi. Ogni volta che Edgar sussultava, si fermava e aspettava. Poi riprendeva.

«Quando hai iniziato?» chiese, a voce bassa.

«Non lo so. Mesi fa. Forse un anno.»

«Perché?»

Edgar non rispose subito. Guardò le bende che avvolgevano i suoi polsi. «Perché non sapevo come altro… come altro far uscire tutto. C'è così tanto dolore qui dentro, Fang. Così tanto. E non riesco a… a piangerlo. A urlarlo. Allora lo faccio uscire così.»

Fang annuì. Non disse "capisco". Non disse "va tutto bene". Perché non andava tutto bene, e lui non capiva. Ma non serviva capire per essere lì. Per restare.

«Ora sono qui», disse invece. «E non devi più farlo da solo.»

Edgar alzò lo sguardo. I suoi occhi erano rossi, gonfi, pieni di una stanchezza che andava oltre il sonno. «Perché tieni a me? Non—non capisco perché tieni a me.»

«Non serve capirlo. Lo sento e basta.»

Per la prima volta da mesi, Edgar non seppe cosa rispondere.


La telefonata a Colette fu breve. Lei arrivò mezz'ora dopo, con gli occhi ancora arrossati e una coperta di lana in mano. Abbracciò Edgar senza dire niente, lo tenne stretto per molto tempo, e poi gli sedette accanto sul divano.

«Non ti lasceremo mai solo», disse. «Mai. Lo capisci?»

Edgar annuì. Ma non era convinto. Come si fa a credere alle parole quando la testa urla il contrario da così tanto tempo?

Fang si alzò e andò in camera sua. Tornò con un vecchio lettore CD portatile e una custodia di plastica consunta. Inserì il disco, premette play, e una melodia di pianoforte riempì la stanza.

Isn't she lovely
Isn't she wonderful

«Questa è la canzone che mia madre ascoltava sempre quando ero piccolo», disse Fang, sedendosi accanto a Edgar. «Diceva che rappresentava la speranza. La bellezza delle cose nuove.»

Edgar ascoltò. La musica era dolce, calda, come una coperta in una giornata fredda. Chiuse gli occhi.

«Non so se ho ancora speranza», mormorò.

«Va bene. Non devi averla subito. Possiamo cercarla insieme.»

Edgar aprì gli occhi e guardò Fang. Era serio. Sincero. Non c'era traccia di quella solita felicità esagerata, di quella voglia di far finta che tutto andasse bene.

Per la prima volta, Edgar vide Fang per quello che era davvero: un amico. Un ragazzo che non aveva paura di restare, anche quando tutto faceva paura.

D'improvviso, senza pensarci, si sporse in avanti e lo baciò.

Non fu un bacio passionale. Non fu qualcosa di preparato o studiato. Fu un gesto istintivo, goffo, come se il suo corpo avesse deciso prima della sua mente. Le labbra di Edgar sfiorarono quelle di Fang per un istante, poi si ritrassero.

«Scusa, io—non volevo—»

«No, no, è—»

Si guardarono. Colette, dall'altra parte del divano, aveva un sorriso stupito stampato in faccia. «Wow.»

«Stai zitta», disse Fang, arrossendo.

Ma poi guardò Edgar, e il rossore si trasformò in qualcos'altro. In tenerezza. «Intendevi…?»

«Non lo so.» Edgar si strinse nelle spalle, la voce incerta. «Forse sì. Forse ho sempre… non lo so.»

Fang sorrise. Era un sorriso diverso da quelli di sempre. Più piccolo. Più vero.

«Allora va bene. Non dobbiamo saperlo subito. Possiamo—»

«Possiamo scoprirlo insieme?» Edgar lo interruppe, con gli occhi ancora lucidi ma la voce più stabile.

Fang annuì. «Insieme.»

La canzone continuava a suonare, con il suo ritmo allegro e malinconico insieme, mentre i tre ragazzi stavano seduti sul divano, stretti l'uno all'altro.

Isn't she lovely
Made from love

Edgar appoggiò la testa sulla spalla di Fang, e per la prima volta da tanto, tanto tempo, non sentì l'urgenza di scappare.

Il cielo fuori era ancora scuro. Ma l'alba non era lontana.

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