Oltre la Maschera
Dopo sette giorni di reclusione, Alastor ha smesso di sorridere. Ma quando Lucifero, il re caduto, decide di abbattere il suo muro di solitudine, due anime rotte scoprono che la guarigione può iniziare da un gesto inaspettato.
L'Hotel Hazbin era strano, silenzioso. Beh, mai completamente silenzioso – c'era sempre Husk che brontolava al bar, Angel Dust che strillava per l'ennesimo selfie fallito, Niffty dietro a scarafaggi immaginari. Ma in quei giorni mancava una voce specifica, quel crepitio radiofonico, quelle risate taglienti. Un vuoto che opprimeva l'aria.
Sette giorni che Alastor aveva chiuso la porta. Sette giorni senza ritirare i pasti, porte sbattute in faccia a Husk, messaggi vocali di Charlie senza risposta.
Charlie faceva su e giù nell'atrio, mani strette dietro la schiena, con gli occhi rossi, ansiosa. Vaggie le stava accanto, un braccio sulle spalle.
«Non ce la faccio più, Vaggie» mormorò Charlie, fermandosi. «Non mangia, non parla. L'ultima volta che ho provato ad aprire la porta, ho sentito un ringhio... ma non era il suo solito. Sembrava spaventato.»
Vaggie sospirò. «Forse ha solo bisogno di spazio. È Alastor, il Demone della Radio. Magari sta tramando qualcosa.»
«No. Non è così.» Charlie scosse la testa. «Lo sento. C'è qualcosa di profondamente sbagliato.»
E in quel momento Lucifero scese le scale, con una tazza di caffè in mano e l'aria di chi non ha dormito bene. Il suo sorriso era forzato, ma si illuminò quando vide Charlie.
«Principessa! Cosa succede? Sembri preoccupata.»
Charlie esitò. Suo padre era spesso distante, perso nei suoi fallimenti e nei suoi giochi di prestigio patetici. Ma in quel momento i suoi occhi erano sinceri. Forse per la cotta che Charlie sospettava da tempo, quella scintilla ogni volta che Alastor entrava nella stanza, un interesse malcelato sotto strati di sarcasmo e amarezza.
«Papà... è Alastor. Non esce dalla sua stanza da una settimana. Niente. Nessuno lo sente.»
Il sorriso di Lucifero si spense. Un'ombra, quasi di preoccupazione genuina, attraversò il suo volto. «Una settimana? Non è da lui.»
«Lo so. Ecco... potresti... potresti andare a controllare?» chiese Charlie, con voce implorante. «Lui ti ascolta, a volte. Più di quanto ascolti me. Magari con te... si apre.»
Lucifero posò la tazza su un tavolino, le dita gli tremavano leggermente. Non poteva negarlo. L'idea di entrare nella stanza di Alastor, di vedere quell'uomo enigmatico vulnerabile, lo terrorizzava e lo eccitava insieme. La sua cotta per Alastor era un segreto ben custodito, una fiamma che alimentava la solitudine. Ma la preoccupazione era più forte della paura.
«Certo. Lo faccio» disse, con una determinazione che sorprese persino lui. «Adesso.»
Le scale scricchiolavano mentre saliva al piano superiore. Le pareti dell'hotel sembravano più cupe, il rosso e l'oro più sbiaditi. Davanti alla porta di Alastor, Lucifero si fermò. La superficie di legno scuro era rigata da segni di artigli, alcuni vecchi, altri freschi. Bussò. Un suono secco, quasi implorante.
«Alastor? Sono Lucifero. Apri la porta.»
Silenzio. Poi un respiro affannoso, strozzato.
«Non adesso. Vattene.»
La voce di Alastor era rotta, senza quell'eco radiofonica che la rendeva inconfondibile. Sembrava umana, fragile. Il cuore di Lucifero perse un battito.
«Non me ne vado. Apri la porta, o la sfondo.»
Un lungo, interminabile silenzio. Lucifero sentiva il sangue pulsare nelle orecchie. Poi un clic metallico. La porta si aprì di una fessura, giusto per intravedere il caos dentro.
Entrò.
La stanza era un riflesso di ciò che Alastor era diventato: un cumulo di detriti emozionali. Le tende tirate, buio quasi totale. L'aria pesante, polverosa, odore metallico di sangue vecchio e sudore. Specchi in mille pezzi, frammenti sparsi sul pavimento come denti di vetro. Libri strappati, dischi rotti, oggetti personali abbandonati in un disordine che non aveva niente di artistico o teatrale.
Nell'angolo più lontano, raggomitolato come un animale ferito, c'era Alastor. I suoi occhi, di solito scarlatti e pieni di malizia calcolata, erano vitrei, fissi sul vuoto. Il sorriso scomparso. Neanche un accenno. Solo una maschera di stanchezza assoluta. Le braccia, strette al petto, erano scoperte. E Lucifero vide.
Tagli. Cicatrici fresche, rossastre, che segnavano la pelle pallida come crudeli graffiti. Alcune superficiali, altre più profonde, ancora umide. Non solo sulla parte inferiore dell'avambraccio. Salivano fino al gomito, un paesaggio di dolore autoinflitto.
Lucifero si fermò sulla soglia, il respiro mozzato. Non era preparato per questo. Aveva immaginato Alastor irritato, annoiato, forse depresso. Ma non autolesionista. Non distrutto.
«Alastor...» mormorò, la voce ridotta a un soffio.
Alastor non reagì. Occhi fissi su un punto indefinito del muro, come se guardasse attraverso il mondo. Il petto si sollevava e abbassava in un ritmo irregolare, affannoso.
Lucifero si avvicinò lentamente, attento a non calpestare i frammenti di vetro. «Cosa è successo? Cosa ti ha fatto questo?»
Le spalle di Alastor sussultarono, come se una sferzata di dolore lo avesse attraversato. Le labbra si aprirono, ma nessun suono. Poi, con un movimento lento e meccanico, sollevò la testa. I suoi occhi incontrarono quelli di Lucifero, e per un istante Lucifero vide l'Inferno nelle loro profondità.
«Inutile» sussurrò Alastor, voce filo d'aria. «Sono inutile.»
La frase cadde nella stanza come un macigno. Lucifero si inginocchiò accanto a lui, a pochi centimetri. «Non è vero.»
«Lo so» continuò Alastor, ignorandolo. La voce diventava più forte, ma piena di lacrime trattenute. «Lo so da sempre. Mi nascondo dietro i sorrisi e i giochi, ma non c'è niente. Solo un vuoto. Un'eco. Un clown che balla per un pubblico che non esiste.»
Le prime lacrime iniziarono a scorrere. Non erano quelle lacrime teatrali che Alastor aveva versato per manipolare. Erano vere, calde, disperate. Il trucco nero intorno agli occhi colava, righe scure sulla pelle.
«Ho represso tutto per secoli, Lucifero. Ogni emozione. Ogni debolezza. Le ho sigillate in una scatola e ho buttato via la chiave. Ma...» un singhiozzo gli spezzò la voce. «...ma la scatola è piena. Troppo piena. E ora si è rotta.»
Abbassò lo sguardo sulle sue braccia. «Questo è l'unico modo che conosco per svuotarla un po'. Per sentire qualcosa di diverso dal dolore di esistere.»
Lucifero sentì un nodo alla gola. La sua cotta, quel sentimento leggero e imbarazzante, si trasformò in qualcosa di molto più profondo. Un bisogno di proteggere. Di guarire. Di non lasciarlo solo.
Si sedette accanto a lui, sul pavimento polveroso, senza curarsi dei vestiti. Non lo toccò subito. Invece, parlò con una voce dolce che non sapeva di avere.
«Lo so. So cosa significa sentirsi vuoti. Sapere che tutto ciò che hai costruito è solo un castello di carte. Io sono il Re dell'Inferno, Alastor. Il caduto. L'angelo che ha perso tutto per orgoglio. Ogni giorno mi sveglio e mi chiedo se la mia esistenza abbia un senso oltre a fallire.»
Alastor sollevò lo sguardo, sorpreso da quella confessione. Lucifero sorrise, un sorriso triste.
«Sei così bravo a nasconderti che pensavo fossi l'unico a non avere crepe. Mi sbagliavo.»
Con cautela, Lucifero allungò una mano e toccò quella di Alastor. Le dita di Alastor erano fredde, tremanti. Non ritirò la mano. Invece la strinse, con una forza disperata.
«Non sei solo» continuò Lucifero. «Non devi farlo da solo. Non devi più farlo.»
Le lacrime di Alastor diventarono più abbondanti. Il suo corpo fu scosso da singhiozzi silenziosi. Si appoggiò a Lucifero, la testa sulla sua spalla, e lasciò andare tutto. Il peso di secoli di repressione si riversò fuori in un fiume di pianto e parole spezzate.
Parlò di sua madre, della sua morte. Della solitudine nell'Overlord. Del senso di inadeguatezza che lo rodeva, la paura di essere scoperto, di essere debole. Parlò di come il suo sorriso fosse diventato una prigione.
Lucifero ascoltò. Non interruppe, non giudicò. Lo teneva stretto, la sua mano accarezzava i capelli arruffati di Alastor, in un gesto di conforto che sembrava così naturale, così giusto.
Dopo un lungo, interminabile silenzio, Alastor si tirò su, asciugandosi il viso con la manica della giacca. I suoi occhi erano rossi, gonfi. Ma qualcosa di diverso brillava in essi. Un barlume di sollievo.
«Ho bisogno di... medicarle» disse, indicando le braccia con un gesto stanco.
«Sì. Ho un kit di pronto soccorso nella mia stanza» rispose Lucifero, alzandosi e tendendogli una mano. «Vieni.»
Alastor esitò. Prendere quella mano significava fidarsi. Significava abbassare ulteriormente la guardia. Ma guardò Lucifero, i suoi occhi gialli e rossi senza traccia di giudizio, solo una tenerezza che lo spiazzava. Afferrò la mano.
Lucifero lo guidò fuori dalla stanza, attraverso il corridoio, fino alla sua suite. La stanza di Lucifero era l'opposto di quella di Alastor: luminosa, ordinata, piena di curiosità e libri. Lo fece sedere su una sedia e tirò fuori il kit di pronto soccorso.
«Fammi vedere.»
Alastor obbedì, tendendo le braccia. Lucifero pulì le ferite con cura, applicando disinfettante e bende. Ogni tocco era leggero, quasi reverente. Alastor non distolse lo sguardo.
«Perché lo fai?» chiese Alastor, a bassa voce. «Perché ti importa?»
Lucifero si fermò, una benda sospesa a mezz'aria. Lo guardò negli occhi.
«Perché sei importante. Perché vedo in te qualcosa che tu non vedi. Forza. Bellezza. Una volontà di sopravvivere più potente di qualsiasi maledizione. E perché... mi piaci. Non solo come Overlord. Come persona.»
Alastor trattenne il respiro. Le parole di Lucifero si infilarono nelle crepe della sua armatura. Non sapeva cosa rispondere.
«Non devi dirmi niente» continuò Lucifero, finendo di medicare l'ultimo taglio. «Ma voglio che tu sappia una cosa: non sei solo. Da ora in poi, se hai bisogno di parlare, di urlare, di rompere qualcosa... io sono qui.»
Un silenzio carico di significato scese tra loro. Poi Alastor annuì, un movimento impercettibile.
«Grazie» mormorò. La parola strana sulla lingua, quasi sconosciuta.
Lucifero sorrise, un sorriso genuino, senza veli. «Prego.»
I giorni successivi furono un lento risveglio. Alastor cominciò a uscire dalla stanza di Lucifero, prima solo per qualche minuto, poi per periodi più lunghi. Lucifero gli portava il cibo, gli teneva compagnia, lo ascoltava quando era difficile trovare parole. Non forzava nulla. Aspettava.
Un pomeriggio, seduti sul balcone della suite a guardare il paesaggio infernale, Alastor parlò.
«Non so se riuscirò mai a essere... normale. A sorridere davvero.»
Lucifero gli prese la mano, intrecciando le dita. «Non devi essere normale. Devi solo essere te stesso. E va bene se qualche volta sei rotto. Io sarò qui per tenere insieme i pezzi.»
Alastor lo guardò, e per la prima volta dopo secoli un sorriso autentico, timido e fragile, increspò le sue labbra.
«Non è male» disse, quasi tra sé.
«Cosa?»
«Il sorriso. Non è male.»
Lucifero rise, una risata leggera e liberatoria. «Vedrai, diventerà il tuo preferito.»
In quel momento, mentre il sole viola dell'Inferno tramontava all'orizzonte, tra due anime rotte e solitarie germogliò qualcosa di nuovo. Non era solo amore. Era comprensione. Fiducia. La promessa che nonostante tutto, le cicatrici e le ombre, c'è sempre un modo per ricominciare.
Per la prima volta, Alastor non si sentì più solo. Aveva finalmente qualcuno per cui valesse la pena lottare, qualcuno che lo vedeva per quello che era, senza la maschera. E forse, solo forse, poteva imparare a volersi bene.