Il fragile dono

Dopo una notte di confessioni e vulnerabilità, Alastor si risveglia tra le braccia di Lucifero, combattuto tra la paura e un sentimento nuovo. Il loro primo bacio segna l'inizio di una guarigione lenta ma promettente.

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La luce dell'alba filtrava appena tra le tende rosse della stanza di Alastor, disegnando strisce dorate sul pavimento di legno scuro. Il silenzio era rotto solo dal respiro lento e regolare di due corpi intrecciati. Un suono che Alastor non avrebbe mai pensato di trovare così... rassicurante.

Aprì gli occhi con fatica, le palpebre pesanti. La prima cosa che vide fu una massa di capelli biondi, arruffati, sparsi su un cuscino bianco. Poi la curva di una spalla, la linea di una schiena. E il braccio che lo cingeva, un peso caldo e solido che lo ancorava al presente.

Il cuore gli fece un balzo. Ma non di paura. Di sorpresa. Stupore.

Lucifero.

I ricordi della notte precedente lo investirono: la confessione, le parole sussurrate, il tremito nella voce del Re dei Peccati. “Ti amo.” Alastor aveva sentito quelle parole così tante volte, ma sempre su labbra di intrattenitori falsi, di ospiti dell’Hotel, di anime dannate in cerca di un vantaggio. Mai, mai dette così. Come un dono fragile, offerto a mani nude.

E lui? Lui aveva taciuto. Non aveva ricambiato quelle parole. Forse non ne era ancora capace. Ma non era scappato. Era rimasto lì, immobile, e quando Lucifero lo aveva tirato più vicino, lui si era lasciato andare. Si era addormentato, cullato da un calore che non ricordava di aver mai provato.

Ora la luce del giorno sembrava minacciare quella fragile bolla di intimità. La logica, la ragione, la maschera di Alastor stavano cercando di riemergere. Doveva muoversi. Alzarsi. Ristabilire le distanze.

“Mmm...”

Il borbottio sonnolento veniva dal corpo accanto. Lucifero si mosse, la testa affondò nel cuscino, un braccio si strinse possessivamente intorno alla vita di Alastor. Un sorriso inconscio, beato, comparve sulle sue labbra.

Alastor rimase paralizzato. Il contatto era opprimente. Eppure non era spiacevole. Era solo... tanto.

Poi Lucifero aprì gli occhi. Gli occhi rossi, ancora annebbiati dal sonno, incontrarono quelli di Alastor. Per un lungo, interminabile secondo, ci fu silenzio.

Poi Lucifero scattò.

“Oh! Santi... ehm... inferi!” biascicò, sedendosi di scatto. Il braccio che teneva Alastor venne ritirato come se avesse toccato un fornello acceso. Il re si passò una mano tra i capelli, arruffandoli ancora di più, le guance che diventavano rosse. “Io... non volevo... cioè, volevo, ma non... non che... dannazione.”

Fece per alzarsi, incespicando nelle lenzuola aggrovigliate, con l’intenzione chiara di fuggire dalla stanza e probabilmente dall’Hotel, da tutto l’Inferno, e forse dall’esistenza stessa.

“Lucifero.”

La parola era stata sussurrata, un filo di voce. Ma fermò il Re sul posto. Alastor era ancora disteso, immobile, un turbine di emozioni nascosto dietro gli occhi cremisi. La sua voce era priva del filtro radiofonico, della cadenza cantilenante. Era solo la sua voce vera.

“Resta.”

Lucifero si bloccò. Si voltò lentamente, con l’espressione di un cervo sorpreso dai fari di un camion. Alastor, con un gesto che gli costò uno sforzo inimmaginabile, allungò una mano. Le dita tremavano leggermente. Toccò il polso di Lucifero. Non lo afferrò. Lo toccò e basta.

“Resta,” ripeté, più forte stavolta.

Il Re del Peccato sembrò sciogliersi. Ogni tensione abbandonò il suo corpo. Sospirò, un suono lungo e tremante, e si lasciò cadere di nuovo sul letto, accanto ad Alastor. Non lo abbracciò subito. Si limitò a giacere lì, a pochi centimetri di distanza, guardando il soffitto.

“Scusa,” mormorò. “Non volevo fare l’imbranato. È solo che... non ho mai fatto questo, prima.”

“Fatto cosa?” chiese Alastor, la voce ancora strana.

“Non... non ho mai avuto paura di ciò che avrei detto dopo un ‘ti amo’,” ammise Lucifero. “Di solito, dopo averlo detto, le cose andavano in un modo o nell’altro. Ma con te... ho paura di fare la cosa sbagliata. Di mandare tutto all’aria.”

Alastor rimase in silenzio. Poi, molto lentamente, girò la testa per guardare Lucifero. Il re lo stava già guardando, i suoi occhi rossi pieni di una vulnerabilità che non aveva mai mostrato a nessuno.

“Non sai fare la cosa sbagliata,” disse Alastor, le parole che gli raschiavano la gola. “Non con me.”

Era una promessa. Una promessa spaventosa, perché significava che si fidava. Ma era anche una liberazione.

Il sorriso che Lucifero gli diede in cambio era così luminoso che sembrò illuminare l’intera stanza.


Più tardi, nel salone principale dell’Hotel Hazbin, l’atmosfera era insolitamente calma. Charlie sedeva su un divano, circondata da fogli e grafici, mentre Vaggie era accanto a lei, che appuntava note su una lavagna. Angel Dust era spaparanzato su una poltrona, fingendo di leggere una rivista, ma i suoi occhi erano puntati sulla porta delle scale.

“Non è ancora sceso,” disse a bassa voce, a Husk, che era al bar a pulire dei bicchieri.

“E chi se ne frega?” grugnì Husk.

“Tu te ne freghi, ma io sono curioso,” ribatté Angel. “Stanotte è successo qualcosa. Lo sento. L’aria è... diversa.”

In quel momento, la porta si aprì. Alastor entrò, seguito da Lucifero. Non si tenevano per mano, ma c’era qualcosa nella loro vicinanza, nel modo in cui le loro spalle quasi si sfioravano, che gridava “intimità”.

Charlie alzò lo sguardo e vide il cambiamento immediatamente. Alastor sembrava più piccolo. Non fisicamente, ma nella sua presenza. La sua solita maschera di allegria minacciosa era assente. Al suo posto, c’era... Alastor. Senza filtro. Senza il sorriso smagliante. Era solo un uomo, dall’aspetto stanco e fragile dietro gli occhi.

“Alastor!” Charlie si alzò, con un sorriso radioso ma cauto. “Buongiorno! Come stai?”

Alastor esitò. Di solito, avrebbe risposto con una battuta, un doppio senso, o una minaccia velata. Invece, si limitò a stringersi nelle spalle. “Vivo.”

Charlie annuì, come se quella fosse la risposta migliore che potesse sperare. Si avvicinò, ma mantenendo una rispettosa distanza. “Ho pensato che oggi potremmo fare qualcosa di diverso. Insieme. Magari preparare il pranzo tutti insieme? È un’attività di gruppo, molto semplice. Possiamo fare qualcosa di facile, come la pasta.”

Vide il lampo di panico negli occhi di Alastor. La folla. Le persone. Il rumore.

“Non sei obbligato,” aggiunse velocemente. “Puoi semplicemente stare in cucina con me, a tagliare le verdure. Niente di più.”

Alastor guardò Lucifero. Il re gli sorrise, un sorriso piccolo ma incoraggiante. “Andrà bene,” sussurrò. “Se vuoi.”

E lentamente, come se stesse camminando su un campo minato, Alastor annuì.


La cucina dell’Hotel era calda e profumava di aglio e basilico. Alastor era in un angolo, con un coltello in mano, che tagliava carote a cubetti perfetti, quasi ossessivi. I suoi movimenti erano meccanici, la maschera tornata a posto, ma gli occhi continuavano a scappare verso la porta ogni volta che qualcuno entrava.

Lucifero era al suo fianco, che fingeva di sbucciare una patata con una goffaggine studiata per farlo sorridere. Non funzionava ancora, ma Alastor non lo cacciava via.

“Allora, Al,” disse Angel, entrando nella cucina con un frullatore in mano, “ho sentito che ieri sera c’è stato un bel party privato. Hai invitato anche me?”

Alastor si irrigidì. Le sue dita strinsero il coltello.

“Angel,” lo rimproverò Charlie, lanciandogli un’occhiataccia.

“Cosa? Scherzavo!” Angel alzò le mani. “Solo per rompere il ghiaccio. Dai, Al, non prendertela.”

Ma Alastor non rispondeva. Il suo sguardo era fisso sul tagliere, ma la sua mente era altrove. In una stanza buia. In una cabina di proiezione. Il rumore di un ventilatore, il ticchettio di un orologio, una voce distorta che gli sussurrava parole di scherno.

“Alastor.”

La voce di Lucifero era calma, un’ancora nel mare di ricordi.

“Torniamo al tavolo? Il pranzo è quasi pronto.”

Alastor sbatté le palpebre. La cucina tornò a fuoco. Lucifero era lì, così vicino, la sua mano che toccava la sua, un contatto leggero come una piuma.

“Sì,” mormorò. “Il pranzo.”


Durante il pasto, Alastor era seduto accanto a Lucifero. Aveva un piatto davanti, ma ci aveva appena toccato il cibo. Il chiacchiericcio degli altri ospiti gli rimbombava nelle orecchie, un rumore bianco che minacciava di sopraffarlo.

Poi, qualcuno disse qualcosa.

“... e poi Vox ha cercato di hackerare di nuovo la trasmissione di Alastor, ma non ci è riuscito perché il sistema di sicurezza dell’Hotel è troppo forte!”

Alastor sentì il mondo sprofondare.

Il nome. Quel nome. Era come una lama conficcata nel suo petto, che veniva lentamente girata. L’aria divenne pesante. La sua gola si chiuse. Le mani iniziarono a tremare.

Vide i volti intorno a lui diventare sfocati. Sentì il rumore del sangue nelle orecchie. Il sorriso di Vox. Le sue mani. La sua voce, che gli diceva che era niente, che era solo un intrattenitore, che era solo uno scherzo.

“Alastor.”

La voce di Lucifero era lontana, ma insistente.

“Respira. Con me. Inspira... espira...”

Alastor sentì una stretta sotto il tavolo. La mano di Lucifero trovò la sua. La strinse. Era calda, solida, reale.

“Guardami,” sussurrò il re. “Solo me.”

Alastor lo guardò. Negli occhi di Lucifero non c’era compassione. C’era comprensione. C’era rabbia, non verso di lui, ma verso chi gli aveva fatto del male. E c’era amore.

“Io ci sono,” continuò Lucifero. “Non ti lascerò. Non più. Promesso.”

La stretta si fece più forte. E lentamente, il battito cardiaco di Alastor iniziò a rallentare. La morsa dell’ansia si allentò. Il mondo tornò a fuoco. I volti intorno a lui non erano più nemici. Erano Charlie, che lo guardava con preoccupazione amorevole. Vaggie, con la mano sulla spada, pronta a difenderlo. Angel, che per una volta non scherzava. E Husk, che annuiva, un gesto di rispetto silenzioso.

Fece un respiro profondo, tremante. E trattenne la mano di Lucifero, come se fosse l’unica cosa reale in tutto l’Inferno.


Più tardi, nel giardino sul retro dell’Hotel, Alastor e Lucifero erano seduti su una panchina di pietra. Il sole rosso del tramonto tingeva il cielo di arancione e viola, un’atmosfera quasi surreale.

“Mi dispiace,” disse Alastor, a bassa voce. “Per la scena.”

“Non ti scusare,” rispose Lucifero, con dolcezza. “Non hai nulla di cui scusarti.”

“Mi sono ridotto a un relitto,” continuò Alastor, con amarezza. “Il Radio Demon, terrorizzato da un nome.”

“Tu non sei un relitto,” Lucifero lo prese per le spalle, costringendolo a guardarlo. “Sei un sopravvissuto. E i sopravvissuti hanno cicatrici. Non c’è niente di male in questo.”

Alastor guardò le sue mani. Poi, piano, come se stesse condividendo un segreto, parlò. “Non ero sempre così. Una volta, ero solo... Alastor. Un uomo che amava la musica e il palcoscenico. Poi ho incontrato Vox. Mi ha attratto con promesse di potere, di fama. E poi... mi ha preso tutto. La mia voce. La mia volontà. La mia sanità. Io... ho dovuto ricostruirmi da zero.”

La sua voce tremava. Lacrime, rare e brucianti, gli rigarono le guance.

“Ho fatto cose terribili per sopravvivere. Ho ucciso. Ho torturato. Sono diventato ciò che gli altri temevano, perché se avevano paura di me, non potevano farmi del male.”

Lucifero lo strinse a sé, senza dire nulla. Era un’offerta di conforto, non un giudizio.

“Non sei più solo,” sussurrò. “E non devi più combattere da solo.”

Alastor si lasciò andare contro di lui, la testa appoggiata alla sua spalla. “Non so se riuscirò a fidarmi ancora,” ammise. “Non so se riuscirò a essere normale.”

“Non devi essere normale,” disse Lucifero, con un sorriso. “Devi solo essere te stesso. Anche se è spaventoso. Anche se è difficile. Sarò qui, a ogni passo.”

Alastor sollevò lo sguardo. I loro occhi si incontrarono.

“Perché? Perché fai tutto questo per me?”

Lucifero sorrise, un sorriso triste e bellissimo. “Perché ti amo, Alastor. Perché ho visto oltre la maschera. E mi piace ciò che ho visto.”


Dopo cena, Charlie tenne una sessione di gestione della rabbia nel salone principale. Un’attività di gruppo, semplice, con tecniche di respirazione e visualizzazione.

Alastor era nervoso. Ma accettò di partecipare. Seduto in cerchio con gli altri, le mani sulle ginocchia, il corpo teso.

“Ora,” disse Charlie, con voce calma e rilassata, “voglio che chiudiate gli occhi e immaginate un luogo sicuro. Un posto dove vi sentite protetti e sereni.”

Alastor chiuse gli occhi. Ma invece del luogo sicuro, vide Vox. La cabina di proiezione. L’odore di polvere e pellicola. Le mani che lo tenevano fermo.

“Sei mio,” la voce distorta. “Sei solo mio.”

Alastor sussultò. Aprì gli occhi, il respiro corto. Il cuore batteva all’impazzata.

“Alastor?” Charlie si avvicinò, preoccupata.

Ma prima che potesse fare altro, Lucifero era già in piedi, accanto a lui.

“Vieni con me,” disse, con dolcezza ma fermezza.

Lo prese per mano e lo portò fuori dalla sala, in un angolo tranquillo del corridoio. Lì, lo fece sedere per terra, appoggiato al muro.

“Ascoltami,” disse, inginocchiandosi di fronte a lui. “Guardami. Concentrati su di me. Suoni. Odori. Cosa senti?”

Alastor sbatté le palpebre. “Io... sento la tua mano. La sento sulla mia spalla. La sento... calda.”

“Bene,” continuò Lucifero. “Ora, ascolta la mia voce. Non pensare ad altro. Solo alla mia voce. Inspira... lentamente... Espira... lentamente... Inspira... espira...”

I secondi diventarono minuti. Lentamente, il respiro di Alastor si calmò. Le sue spalle si rilassarono. E poi accadde.

Le lacrime che aveva trattenuto per secoli, per decenni di dolore e solitudine, iniziarono a scorrere. Non erano singhiozzi disperati, ma un pianto sommesso, liberatorio. Il pianto di un uomo che finalmente si permetteva di sentire.

Lucifero lo strinse a sé, tenendolo stretto. Non disse niente. Non c’era bisogno di parole. Si limitò a cullarlo, a cingerlo con le sue braccia, a proteggerlo dal mondo.

“Ti amo,” sussurrò, ancora e ancora, come una litania. “Ti amo, Alastor. Non sei solo. Non lo sarai mai più.”

E Alastor, tra le lacrime, finalmente si lasciò andare. Si arrese. Si fidò.


La sera calò sull’Hotel Hazbin, silenziosa e stellata. Alastor e Lucifero erano sul balcone della stanza di Alastor, affacciati sulla città delle anime dannate. L’aria era fresca, il cielo un mare di stelle.

Alastor era appoggiato alla ringhiera, lo sguardo perso all’orizzonte. Lucifero era dietro di lui, le braccia che lo cingevano teneramente.

“Grazie,” disse Alastor, a bassa voce.

“Di cosa?”

“Di tutto. Di avermi aspettato. Di non avermi giudicato. Di... di avermi amato.”

Lucifero sorrise, appoggiando il mento sulla spalla di Alastor. “Non c’è di che.”

Ci fu un lungo silenzio. Poi Alastor si voltò. I loro occhi si incontrarono, a pochi centimetri di distanza.

“Lucifero,” mormorò, il nome che suonava diverso sulle sue labbra. “Non so se riesco a dire le parole. Non ancora. Ma voglio che tu sappia... che sento qualcosa. Qualcosa che non ho mai sentito prima.”

“È già abbastanza,” sussurrò Lucifero.

E poi, lentamente, come se il mondo intero stesse trattenendo il respiro, Alastor si avvicinò. Le loro labbra si sfiorarono. Il primo bacio fu leggero, incerto, una domanda. Poi Alastor si rilassò, e il bacio divenne più profondo, più sicuro. Un suggello. Una promessa.

Quando si staccarono, la luna splendeva alta nel cielo, illuminando l’Hotel di una luce argentata. Alastor aveva le guance arrossate, un sorriso timido sulle labbra.

“Non male, per essere il primo,” scherzò Lucifero, con un sorriso birichino.

“Il primo di molti,” rispose Alastor, e questa volta la sua voce non tremava.

Più tardi, distesi nel letto di Alastor, con le braccia intrecciate, Alastor si addormentò. Per la prima volta dopo secoli, il suo sonno fu sereno. Nessun incubo. Nessun ricordo. Solo il calore di Lucifero accanto a lui.

Lucifero lo guardò dormire, il suo petto che si alzava e abbassava in respiri lenti e regolari. Lo strinse a sé più forte, posando un bacio leggero sulla sua fronte.

“Ti amo, Alastor,” sussurrò, e questa volta sapeva di essere ascoltato.

Non solo dalle orecchie di Alastor, ma dal suo cuore. E per la prima volta, Alastor rispose nel sonno, un mormorio confuso, ma reale.

“...anche io...”

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