Una lettera arrivò da Distesa di Loto al tramonto
Una lettera arrivò da Distesa di Loto al tramonto. Wei Wuxian la riconobbe subito – quella calligrafia era inconfondibile: tratti decisi, angolosi, come se la punta del pennello volesse squarciare la carta. Madre Yu. Lo stomaco gli si contrasse mentre si chiudeva nella stanza che ormai condivideva con Lan Zhan. Le dita gli tremavano mentre rompeva il sigillo.
Le parole lo colpirono dritte. “Spero che il tuo soggiorno al Palazzo delle Nuvole ti abbia insegnato almeno un po’ di decoro, anche se dubito che il tuo sangue possa mai essere raffinato. Jiang Cheng mi scrive che continui a causare scompiglio. Non c’è da stupirsi. Sei sempre stato un peso per questa famiglia, un promemoria di ciò che tuo padre ha buttato via. Cerca almeno di non disonorare il nome di Jiang.”
E poi ancora, paragrafo dopo paragrafo, un elenco di rimproveri e negazioni. Inadeguato. Sconsiderato. Un ospite che si è imposto troppo a lungo. Nessuno ti ha mai veramente voluto.
La lesse due volte. Poi tre. Ogni parola scavava più a fondo, e a un certo punto respirare faceva male. Rimase fermo, la carta stropicciata tra le dita, gli occhi fissi su quelle righe senza vederle. Per un attimo pensò di strapparla, bruciarla, cancellarla. Invece la piegò con cura e la infilò in fondo al rotolo dei suoi averi, nascosta tra gli abiti di ricambio.
Si alzò. Si guardò nello specchio di bronzo. Il viso era composto, ma gli occhi avevano perso qualsiasi luce. Fece un respiro profondo e, con quella disciplina che solo anni di finte possono forgiare, si dipinse il sorriso più smagliante che aveva.
Quando uscì, Lan Zhan lo aspettava sotto il portico, immobile come una statua di giada.
«Lan Zhan!» esclamò, con una voce troppo allegra, troppo alta. «Aspettavi me? Che onore! Andiamo a mangiare? Ho una fame da lupi – oggi il Maestro Lan ci ha fatto studiare così tanto che credo di avere i caratteri impressi nel cervello.»
Lan Wangji lo guardò. Non disse niente, ma i suoi occhi d’oro si strinsero appena, seguendo il movimento troppo rapido delle mani di Wei Wuxian, il modo in cui si passava le dita tra i capelli, nervoso.
A cena, nella sala comune, Wei Wuxian fu più rumoroso del solito. Raccontò barzellette, punzecchiò il giovane Jin Zixuan, rise fragorosamente a uno scherzo che neanche lui trovava divertente. Jiang Cheng lo guardò storto, stringendo le bacchette con troppa forza. Lan Xichen sorrise educatamente, ma scambiò un’occhiata rapida con il fratello.
Lan Wangji non mangiò quasi niente. Lo sguardo fisso su Wei Wuxian, che rideva con un entusiasmo così sgargiante da sembrare finto.
Poi, in biblioteca, Wei Wuxian non smise un attimo di parlare, di muoversi, toccare tutto. Poggiò il mento sulla spalla di Lan Wangji, gli avvolse le braccia intorno al collo – un gesto che di solito faceva arrossire il Secondo Giada. Quella sera, niente. Sentì solo la tensione nei muscoli dell’altro, come una corda tirata fino a spezzarsi.
«Wei Ying.»
La voce di Lan Wangji era bassa, calma. Wei Wuxian si bloccò un istante, poi riprese a chiacchierare come se niente fosse.
«Sì, Lan Zhan? Hai bisogno di qualcosa? Forse dovresti dormire, hai l’aria un po’ stanca. Anche tu studi troppo, non la fai finita con questi libri, e poi—»
«Wei Ying.»
La mano di Lan Wangji gli si posò sul polso. Non una stretta, solo un tocco leggero come un’ancora. E Wei Wuxian zittì.
Quella notte, nella stanza che ormai era il loro angolo, Wei Wuxian fu insolitamente silenzioso. Si sdraiò, poi si alzò, poi tirò fuori una fiaschetta di vino contrabbandato e la offrì a Lan Wangji con un sorriso.
«Dai, solo un sorso. Ti scioglierà un po’ le rigide regole dei Lan.»
Lan Wangji scosse la testa. Non lo lasciò con lo sguardo.
«Cosa hai ricevuto oggi?»
Wei Wuxian sussultò, ma si riprese subito. «Una lettera, niente di che. Jiang Cheng mi scrive sempre, sai com’è, si preoccupa che combini guai.»
«La calligrafia non era di Jiang Wanyin.»
Il sorriso vacillò. «Ah, be’, hai visto bene. Era di Madre Yu. Solo… saluti, cose di famiglia. Niente di interessante, te lo giuro.»
Lan Wangji si alzò, andò verso il rotolo dove teneva le cose. Wei Wuxian si irrigidì.
«Lan Zhan, cosa fai?»
Ma lui aveva già aperto il rotolo e trovato la lettera, nascosta sotto il mantello. Wei Wuxian scattò in piedi.
«Dammela! Non è niente, davvero! Non devi—»
Troppo tardi. Lan Wangji l’aveva già aperta, già letta. Mentre gli occhi dorati scorrevano le righe, il suo viso diventò di pietra. Poi, lentamente, si ammorbidì in qualcosa che Wei Wuxian non gli aveva mai visto: una tristezza così profonda che faceva male.
«Per favore…» mormorò Wei Wuxian, la voce rotta. «Non guardarmi così. Per favore, non—»
Ma le parole si infransero. La maschera crollò. Crollò così all’improvviso che si ritrovò in ginocchio sul pavimento di legno, le mani strette a pugno, i singhiozzi che gli salivano su come spine.
«Ha ragione, lo so. Lo so. Non sono mai stato abbastanza. Non per loro. Non per nessuno. Sono solo… un peso. Un errore che nessuno ha mai voluto.»
Lan Wangji si inginocchiò davanti a lui. Le sue mani, abituate a impugnare la spada, gli toccarono il viso con una delicatezza impossibile. Gli asciugò le lacrime una dopo l’altra, con i pollici, con pazienza.
«Wei Ying.»
La voce era bassa, ma ferma.
«Ascoltami. Le sue parole non sono la verità.»
Wei Wuxian rise, amaro. «Ma lo sono. Lo sento ogni giorno. Mi sforzo tanto di essere allegro, di far ridere tutti, perché se mi fermo… se mi fermo, tutto quello che resta è questo. Questo vuoto. Questa sensazione di non essere mai abbastanza.»
«Per me lo sei.»
Le parole caddero come gocce di pioggia su un terreno arido. Wei Wuxian alzò lo sguardo, gli occhi rossi, la bocca tremante.
«Cosa?»
«Per me lo sei.» Lan Wangji lo strinse a sé, avvolgendolo tra le braccia. Il profumo di sandalo riempì i polmoni di Wei Wuxian, e lui si lasciò andare, il viso affondato nel collo di Lan Wangji, le spalle scosse. «Non sei un peso. Non sei un errore. Sei Wei Ying. Sei colui che ha acceso le mie notti. Sei l’unica persona che voglio vedere. Sei perfetto così come sei.»
Le parole di Lan Wangji, sempre così poche e misurate, quella notte sembrarono inesauribili. Continuò a parlare, sussurrare, ripetere ogni verità che Wei Wuxian aveva bisogno di sentire. Lo tenne stretto fino a quando i singhiozzi si calmarono, fino a quando il respiro divenne regolare.
Wei Wuxian si addormentò tra le sue braccia, stanco, svuotato, ma per la prima volta da quella mattina, in pace.
La luce dell’alba filtrava dalle finestre quando si svegliò. Era ancora tra le braccia di Lan Wangji, che vegliava su di lui con gli occhi aperti, dorati come il sole che sorgeva.
«Buongiorno,» mormorò, la voce ancora roca.
«Buongiorno.»
Per un lungo momento si guardarono. Poi Wei Wuxian si sollevò appena, le labbra che sfiorarono quelle di Lan Wangji in un bacio leggero, come una promessa, tenero come il primo raggio di primavera.
«Ti amo, Lan Zhan,» sussurrò.
E Lan Wangji sorrise, un miracolo piccolo e raro, mentre lo stringeva più forte.
«Lo so.»
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